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Archivi Categorie: Filosofia

Socrate: «Io vorresi cercare di sapere da Gorgia in che consiste la funzione propria alla sua arte e cosa egli professi ed insegni»

Callicle: «Non resta che rivolgere a Gorgia stesso la domanda: proprio in questo consisteva uno degli argomenti della sua esposizione e proprio ora invitava gli ospiti presenti a rivolgergli la domanda che ciascuno volesse, dichiarandosi pronto a rispondere a tutto»

Gorgia:«Nessuno da molto tempo mi ha posto una domanda il cui contenuto fosse per me assolutamente nuovo»

Polo:«Molte arti ci sono tra gli uomini empiricamente ritrovate attraverso l’esperienza. L’esperienza fa sì che la nostra vita proceda secondo una certa regola, al contrario la mancanza di esperienza ci fa procedere a caso. Fra tutte queste arti vi è chi esercita l’una e chi l’altra, i migliori le migliori. Gorgia è tra i migliori, e l’arte che possiede è, fra tutte, l’arte più bella» [Polo di Agrigento fu maestro di retorica, discepolo di Gorgia di Lentini: avrebbe scritto un trattato sul linguaggio dove si esprime con neologismi creati da lui stesso]

Socrate: «Gorgia, dicci tu con quale nome ti si deve indicare in quanto esperto di una certa arte»

Gorgia:«Della retorica»

Socrate:«Bisogna dunque chiamarti retore?»

Gorgia:«E buon retore»

Socrate:«Ma sei capace di rendere tali anche gli altri?»

Gorgia:«Proprio questo prometto»

Socrate:«E tu vorresti procedere nell’arte dialogica rinviando ad un’altra occasione l’arte retorica con cui Polo aveva cominciato? Cerca di rispondere il più brevemente possibile alle mie domande»

Gorgia:«Talvolta, Socrate, alcune risposte richiedono discorsi lunghi; tuttavia risponderò nel modo più breve. D’altra parte nessuno saprebbe dire la stessa cosa più brevemente di me»

Socrate:«Quale è dunque l’oggetto proprio della retorica?»

Gorgia:«I discorsi»

Socrate:«Essa rende abili a parlare»

Gorgia:«Sì»

Socrate:« Ma anche a pensare su ciò di cui si discorre?»

Gorgia:«Certo»

Ecco perché io definisco la retorica arte della parola

Luisa Carrada cita, nel terzo capitolo del suo libro Il Mestiere di scrivere, l’autografo delle Lezioni americane di Calvino, meravigliandosi della “pulsazione dei suoni” presente nel titolo originale in inglese “Six memos”, ne conclude che: «Le sei parole in inglese sono un trionfo di I ed E, vocali che la psicolinguistica associa alla velocità, alla sottigliezza, alla leggerezza, alla modernità.

Ebbene, fedele al pessimo titolo di questo post e all’insegnamento socratico (da cui il nome del blog), vorrei brevemente citare dal platonico Cratilo alcuni frammenti di un intervento di Socrate:

«Il ρ (R) esprime un’idea di “movimento” (da cui “panta Rei”, cioè “tutto scoRRe). Nel pronunciare la R avviene che la lingua è tutt’altro che ferma, anzi vibra in continuazione. Per quanto riguarda lo ί (IOTA) sembra che il nomoteta, cioè colui che creò le parole come segni delle cose, volesse significare “cose” leggere.

Mentre per quanto riguarda lo φ (PH), lo ψ (PS) il SIGMA (σ) e lo ZETA (ζ) il nomoteta ha utilizzato questi suoni sibilanti per imitare il “soffio”, proprio come il movimento che fa la lingua per pronunciarle.
Il nomoteta, inoltre, per designare la “
stasi” ha usato due lettere dentali il DELTA (δ) e il TAU (τ) che per essere pronunciate necessitano della forza della pressione che la lingua effettua appoggiandosi ai denti.
(n.d.t: il TAU esiste anche nell’ebraico biblico: in Ezechiele. Fu ripreso, forse inconsapevolmente, da Francesco d’Assisi per rappresentare il segno della Croce)
.
Al contrario il LABDA (
λ) è stato escogitato dal glissare rapido della lingua.
Al contrario del contrario il GAMMA (
γ) è un suono gutturale che impedisce il glissare rapido della lingua.
Il NI (ν) scaturisce dall’interno dell’apparato fonatorio perciò è presente in parole come
éndon (dentro) e entós (interno).

Per ritornare alle vocali – prosegue e, come è il suo stile,Socrate provvisoriamente conclude (n.d.t: mi si passi l’ossimoro) – la A (α) e la ETA(η) sono grandi e lunghe e l’ o-micron (ο) rotondo e breve e l’o-mega (ω) rotonda e lunga. Per concludere dunque, il nomoteta ha usato singole lettere associate in sillabe per formare delle parole, segni delle cose. Questa è la giustezza dei nomi»

“Ora chiudete gli occhi, chiudete anche le orecchie, distraete tutti i vostri sensi, abolite dal vostro pensiero tutte le immagini delle cose corporee,
o per lo meno, essendo ciò inattuabile, consideratele vane e false:  riflettendo in tal modo su voi stessi e considerando la vostra interiorità,  provate a rendervi più noti e familiari a voi stessi. Voi siete un “qualcosa” che pensa, dunque che dubita, che afferma, che nega,  che conosce poche cose, che ne ignora molte, che ama e che  odia, che vuole e che non vuole, che immagina e che sente”.

Essendosi accorto un giorno che il proprio figlio maggiore era adirato contro la madre gli disse:«Rispondimi ragazzo, sai tu che vi sono delle persone che vengono chiamate ingrate?». «Certamente», rispose il giovane. «Bene, hai osservato quello che fanno per meritarsi tale nome?» «Sì, chiamiamo ingrati coloro che, avendo ricevuto dei benefici, non mostrano di essere riconoscenti quando potrebbero farlo.» Poi intervenne Socrate:«Ed ora dimmi, dove si può trovare qualcuno che abbia ricevuto dei benefici più considerevoli di quelli che i figli hanno ricevuto dai genitori? Perché è grazie ai genitori che i bambini sono assurti dal nulla all’esistenza, che possono vedere tante cose meravigliose e prender parte di tutti i doni che gli dèi dispensano agli uomini… L’uomo nutre la donna con cui deve fondare una famiglia ed accumula in anticipo tutto ciò che crede dovrà servire ai futuri figli e ne fa la più ampia provvigione possibile. Quando la donna ha concepito, mettendo la sua stessa vita in pericolo, ciba il bimbo degli stessi cibi che essa stessa ha ingerito e quando giunta al termine, lo dà alla luce a prezzo di forti dolori, lo allatta e lo cura, senza aver ricevuto alcun beneficio e senza che il neonato sappia le cure di cui è circondato né che possa indicare ciò di cui ha bisogno. Ma la madre cerca di indovinare ciò che può essergli utile e fargli piacere e si sforza di soddisfarlo; lo nutre a lungo e fatica per lui giorno e notte senza sapere se le sarà riconoscente. Ed i genitori non si accontentano solo di nutrire i loro piccoli ma, quando li vedono pronti ad apprendere qualcosa, comunicano loro tutte le conoscenze utili alla vita che loro stessi vivono, e se vi è qualcosa che credono un altro possa insegnare meglio di loro lo mandano da questo maestro senza badare alla spesa e prodigano i loro sforzi e le loro cure per rendere i figli migliori.»

«Tu dunque ragazzo mio, se sarai saggio, pregherai gli dèi di perdonarti le mancanze di rispetto verso tua madre,
per timore che anche loro ti guardino come un ingrato e ti rifiutino i loro favori.
Ed infine non dimenticare che di fronte all’umanità, se ci si accorge che tu trascuri i tuoi genitori,
ti si disprezzerà e finirai per trovarti senza amici, perché, sapendoti ingrato verso i tuoi, nessuno penserà nel renderti un favore,
di poter contare sulla tua riconoscenza.»

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